sabato, 17 maggio 2008
andreasalonicco alle 12:53 in: video
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venerdì, 16 maggio 2008

Da Zakamoto.com: "Questa è un icona per il futuro. Una bandiera, dipinta ad olio, per il cambiamento. Come tale non voglio che sia di qualcuno, ma di tutti. Sventola sul balcone della Bottega Indaco da qualche tempo, in molti mi chiedono da dove venga. Voglio che inizi a viaggiare e porti con se il suo inno al nuovo mondo. Voglio che sia come un cartellone sul fianco di un bus, come un brand su un cappellino, come una mail spam. Lasciami il tuo indirizzo, ti invierò la bandiera, sarà tua per 3 giorni, potrai farla sventolare sul tuo balcone, terrazzo, giardino, tetto. Ti chiedo solo di mandarmi una sua immagine da pubblicare su questa pagina. Quindi ti invierò l'indirizzo del proprietario successivo e a lui la invierai. Spero possa fare il giro del mondo e ritornare a casa stanca e soddisfatta"  Akira Zakamoto

andreasalonicco alle 12:03 in: iniziative
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giovedì, 08 maggio 2008

9 maggio 1978. Torino, quartiere Mirafiori sud. Luigi torna a casa, è quasi notte. Ha girato col suo furgoncino a fare consegne, come sempre, tutto il giorno. Accende la Tv. Il bianco e nero illumina la stanza. Il TG1 è ancora in onda. Strano, è già tardi. Luigi di politica non se ne intende più di tanto, vota comunista. Più che altro per abitudine. Ma lo sa bene quello che sta succedendo in quelle settimane. Le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro, il paese è bloccato, sotto shock, inerme. Si siede su una sedia di legno, affonda i denti nel panino salame e formaggio che è la sua cena. Ascolta la voce lontana dell’annunciatore inquadrato a mezzo busto: hanno trovato il cadavere di Moro, nel bagagliaio di una Renault, a Roma. Non si stupisce. Inizia a domandarsi quello che può succedere da quel giorno in poi. Quello che cambierà. Tutto? Niente? Prova una fitta di dispiacere per la famiglia di Moro. La moglie, i figli. Poi di colpo squilla il telefono. Non lo chiama quasi mai nessuno a quell’ora. Abbassa il volume. Si alza per rispondere. È una voce lontana. Un amico che non sentiva da tempo. “Ti ricordi di Peppino?”. “Certo, Peppino”. Peppino Impastato, certo che se lo ricordava. Passavano le estati insieme, da bambini. Forse, alla lontana, erano anche cugini. Qualcosa del genere. Quella voce debole e distante scandisce le parole. “L’hanno ammazzato. Una bomba sui binari della ferrovia. Peppino non c’è più”. “Perchè l'hanno ammazzato?”. Era un giorno particolare, quel 9 maggio 1978. Uno di quei giorni in cui i sogni bruciano, bruciano, e spariscono. Erano gli Anni Settanta.

9 maggio 1978: Le Br uccidono Moro, la Mafia uccide Impastato 

andreasalonicco alle 15:46 in: racconti
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lunedì, 05 maggio 2008

È il quindici di agosto. Roma frigge sotto un cielo giallo e l'asfalto sembra più morbido del solito. Trentanove gradi, dice il cartellone luminoso davanti al supermercato. Francesca, in sella al suo motorino malandato, sta tornando a casa. Casa è un condominio sconfinato, non lontano dal carcere di Rebibbia. Il suo appartamento è al nono piano: ci vive da due anni. Sono le tre di pomeriggio, ha davanti a sé un intero pomeriggio di relax; il giorno dopo, con due amiche, ha in programma di andare in campeggio per una settimana. Le meritate vacanze dopo un anno di merda, passato a  servire ai tavoli di Pastarito Pizzarito cinque sere su sette. C’è un bel silenzio tutt’attorno, sono tutti via. D’altronde è domenica, ed è anche ferragosto. “Solo i più coglioni sono ancora in città” dice Francesca tra sé e sé. Le scappa un sorriso.  Apre il portone di metallo, chiama l’ascensore. Schiaccia il pulsante numero 9, e inizia a salire. È sovrappensiero. Negli occhi immagini di onde e treni e acqua fresca. Di colpo, uno strattone. Tutto immobile. Schiaccia a casaccio tutti i tasti, anche quello giallo dell’allarme. Non succede nulla. È bloccata. Non ha nemmeno il cellulare, lo dimentica spesso a casa. Inizia a respirare più veloce, il cuore se ne va un po’ per conto suo. Il silenzio persiste, l’aria diminuisce. Dieci. Venti. Trenta. Quaranta minuti. Ha già urlato, ma non c’è stata nessuna reazione. Però Francesca è convinta che la signora Marini, quella del quinto piano, sia a casa. L’ha intravista stendere i panni sul balcone mentre parcheggiava il motorino. Cavolo, qualcuno c’è, qualcuno ci deve essere. Urla ancora. Solo silenzio. Roma d’estate. Milioni di turisti tra i Fori e il Colosseo. E pochi chilometri più in là, il silenzio. Alle sette di sera le pareti rosse dell’ascensore le appaiono sempre più scure. Sta piangendo, Francesca. Ha fame, ma soprattutto sete. Soprattutto paura. Non crede che ci sia il rischio concreto di restare chiusa lì dentro per sempre. Ma il silenzio, quel silenzio, è una spina sotto pelle. Poi una voce, parole che non comprende. Ricomincia a urlare. Sono due le voci, una maschile e una femminile. La raggiungono, le parlano attraverso il vano ascensore, la rincuorano. Sono Ian e Micaela, i rumeni del terzo piano. Dopo un’ora abbondante arrivano i tecnici. Hanno un’aria stanca e annoiata. La tirano fuori. Quella sera, bevendo birra ghiacciata sul balcone di casa, Francesca pensa a una frase di Italo Calvino: “Il rischio che abbiamo corso è stato vivere: vivere sempre”.

andreasalonicco alle 15:53 in: racconti
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venerdì, 02 maggio 2008
andreasalonicco alle 12:14 in: video
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lunedì, 21 aprile 2008

Sono in viaggio. Sospeso. Da mesi. Sono vivo.

 

Barcellona è un grosso stagno, ma l‘acqua è trasparente. In questa città si è di passaggio. La sosta può durare un mese, un anno, una vita. Difficile non innamorarsi della leggerezza di Barceloneta, la vita che scorre senza fretta, le ragazze che prendono il sole sulla spiaggia anche se è solo febbraio. Le notti non finiscono, l’alba è un’altra possibilità.

 

Stoccolma è camminare per strade deserte alle sei di mattina. Piazze silenziose e piccole navi che scivolano tra i canali. Due occhi verdi che ti dicono di restare ancora un po’. Caffè e centri commerciali, il cuore di questa città è ricoperto da strati di asfalto e nuvole. Ma un cuore c’è. È solo ben nascosto. Gli spazi senza fine del grande nord sono a un passo.

 

Buenos Aires è amore. È tavolini all’aperto e giorni che non vorresti mai veder finire. È tramonti rossi e cieli blu. Buenos Aires è sudore e traffico impazzito. Buenos Aires è la tenerezza più dura di questa terra. A Buenos Aires è difficile tornare, se le lacrime le hai già finite.

 

Perth è l’oceano, onde che si abbattono sulle spiagge senza fare male. Chilometri e chilometri di quartieri ordinati, ristoranti greci e pizzerie italiane. Dall’altra parte del mondo, vicinissimo a casa.

 

Shangai è la puttana d’oriente. Trenta milioni di cuori, periferie che si estendono ogni settimana, contadini che la raggiungono cercando di trovare un po’ di dignità. Grattacieli di ottanta piani, miliardi di luci. La sensazione che il passato non esista, non sia mai esistito.

 

Port-au-Prince è strade di fango e insegne di legno colorate. Case di pochi piani che diradano verso il mare. Radio Haiti trasmette musica creola. Il palazzo presidenziale è bianco come il latte.

 

Torino è casa. Qui ed ora. Seduto a una scrivania. Chiudo gli occhi.

(immagine da zakamoto.com

andreasalonicco alle 11:20 in: viaggi, racconti
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mercoledì, 16 aprile 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sarajevo. Due anni fa. Dopo una notte in autobus da Belgrado. Pioggia, neve, periferie di palazzi senza colori. I fori dei proiettili sui muri. Migliaia di lapidi bianche nei prati della città. La sirena che segnalava gli attacchi serbi lascita incustodita, su una collina (foto). Credo fosse una sirena, non ne sono nemmeno sicuro. Ce l'aveva spiegato un'anziana signora che tornava da far la spesa, parlando in bosniaco. Ma la gestualità non lasciava nessun dubbio. Guerra. Una guerra lontana e allo stesso tempo ancora presente. Moschee, chiese ortodosse, chiese cattoliche, sinagoghe, tutto in poche centinaia di metri. Le montagne tutt'intorno, inestricabili. I nuovi centri commerciali, i nuovi condomini di venti piani, una città irrimediabilmente bianca e nera. La maglietta-ricordo delle Olimpiadi invernali del 1984 comprata su una bancarella. Sarajevo, una città vista di sfuggita. Nella mente rimane un'istantanea: atrio della stazione degli autobus, una di notte, nessun rumore, motori spenti, un signore col cappellino di lana che spegne una sigaretta per terra, parlando da solo. Sarajevo racconta la sua storia a chiunque abbia voglia di ascoltarla.

andreasalonicco alle 11:40 in: cittĂ 
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martedì, 15 aprile 2008

.. di andare (clicca qui).

andreasalonicco alle 09:08 in:
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venerdì, 11 aprile 2008

Aspetto fiducioso che succeda qualcosa. Non ho nulla da fare. Fuori diluvia. Lo intuisco soltanto, perchè dalla mia scrivania nemmeno la vedo, la finestra. Si chiama stage.

andreasalonicco alle 11:58 in: varie, torino
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lunedì, 07 aprile 2008

a trenitalia, impari presto a volerci un po' di bene, anche perchè scelta non ce n'è. soprattutto prendi familiarità con quei treni espressi che, la notte, tagliano l'italia da nord a sud e da sud a nord. finestrini sporchi, sedili blu un po' sfondati, bagni con il buco che da direttamente sui binari, corridoi illuminati da una luce gialla e bassa. su un treno è impossibile non mettersi a pensare, progettare, immaginare. i treni racchiudono storie. storie che è possibile raccontare solo con lentezza, con la calma di chi si avvicina tranquillo a ciò che cerca. c'è in giro un documentario, "il passaggio della linea", che pare essere molto bello. io lo devo ancora vedere. ho sempre associato il viaggio in treno a una canzone di de andrè, le nuvole. ci sarà sempre una stazione, all'alba, da cui ricominciare tutto.

andreasalonicco alle 16:02 in: viaggi
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lunedì, 07 aprile 2008

si ringrazia zakamoto per la nuova grafica del blog.

andreasalonicco alle 14:50 in: varie
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giovedì, 03 aprile 2008
ho iniziato uno stage in un quotidiano di torino. il mio lavoro consiste nel fare delle tabelle con excel. prima o poi si accorgeranno che io excel non l'ho mai usato in vita mia. quindi osservo la vita che scorre nella redazione, vedo giornalisti palesemente incompetenti e boriosissimi che fanno telefonate su telefonate. un ambiente destrorso e falsissimo. cerco di imparare qualche cosa. oggi è arrivato in redazione un certo fabrizio moro, che pare essere un cantante in voga tra le ragazzine. doveva incontrare i fan, in teoria. non ce n'era nemmeno uno. il fotografo ci ha obbligato a fare una foto di gruppo intorno a questo fabrizio moro. avete presente l'ultima scena di shining, in cui la macchina da presa zumma sulla foto in cui jack nicholson sorride? l'effetto era molto simile.

andreasalonicco alle 22:23 in:
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martedì, 01 aprile 2008

 

andreasalonicco alle 12:33 in:
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sabato, 29 marzo 2008
dopo una notte in treno, attraversando un'italia immobile e silenziosa, arrivo a roma tiburtina che l'aria è già calda e sporca. un vecchio un po' spostato mi saluta con fare sereno e mi chiede - che giorno è oggi, il 32?- e poi scoppia a ridere, ma sembra quasi che pianga. butto giù d'un fiato una bottiglietta di acqua frizzante ghiacciata, mi incammino verso casa sua. lei dorme, ma so che mi aspetta. e ci son periodi così, in cui tutto è a posto.

andreasalonicco alle 15:10 in: roma
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sabato, 15 marzo 2008
Non è un paese per vecchi è un film perfetto. E alcuni dialoghi superano la perfezione.

Carla Jean
: Llewelyn!
Llewelyn: Sì.
Carla Jean: Che cosa stai facendo, amore?
Llewelyn: Sto uscendo.
Carla Jean: Dove vai?
Llewelyn: Mi sono dimenticato di fare una cosa, ma torno presto.
Carla Jean: Che cosa devi fare?
Llewelyn: Sto per fare una cazzata, ma lo farò lo stesso. Se non torno dì a mia madre che le voglio bene.
Carla Jean: Tua madre è morta, Llewelyn.
Llewelyn: Allora glielo dirò io.

andreasalonicco alle 15:53 in: cinema
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venerdì, 14 marzo 2008

cercando lavoro, si scoprono cose interessanti. un'agenzia interinale, che mi manda ogni cazzo di giorno la sua inutile e sgrammaticata mailing list, sottolinea che per fare richiesta per diventare assistente di volo (non che m'interessi, che io di volare ho pure un po' paura, ma ormai leggo ogni cosa, tanto per farmi un'idea), ecco, comunque, per lavorare su un aereo, sono richieste "ottime capacità natatorie". viva l'ottimismo.

andreasalonicco alle 10:16 in:
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lunedì, 10 marzo 2008
oggi dovevo tornare a torino. sveglia presto, tutto un po' a caso nello zaino (gli occhiali li ho presi? sì li ho presi mi ricordo il gesto). arriviamo a termini, mentre piove e tutt'intorno è grigio tristezza. ci sediamo al bar, e bevendo un caffè le dico "ma se oggi resto ancora da te? che tanto su non ho niente da fare". e allora torniamo con calma a casa sua, la pioggia si schianta contro i vetri dell'autobus. indecisioni dubbi domande. mando decine di curriculum al giorno e non risponde nessuno. ci va pazienza, mi dicono. intanto, ci viviamo il presente. e mi rendo conto, una volta di più, che roma non è (solo) il colosseo il circo massimo piazza navona. roma è (anche) quartieri di palazzoni di nove piani a perdita d'occhio, decine di supermercati, autobus sempre in ritardo, traffico persistente, pozzanghere profonde mezzo metro, nell'asfalto che si crepa.

andreasalonicco alle 14:58 in: roma
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sabato, 08 marzo 2008
roma, durante una campagna elettorale, è tappezzata da decine di migliaia di manifesti: il sorrisetto di veltroni, la faccia da pirla di casini, lo sguardo fiero di fini, fiamme tricolori varie, arcobaleni senza storia. volantini, cartelloni smisurati sui muri, le fermate degli autobus diventano molto ambite e ogni spazio libero rischia di essere coperto da qualche faccione finto-rassicurante. super walter osserva placido lo scorrere della vita davanti a termini, da un cartellone venti metri per dieci. il berlusca non compare quasi mai, aspetta, credo, le ultime settimane di campagna elettorale per invadere l'italia. viviamo in un paese fantastico. quantomeno divertente.

andreasalonicco alle 12:59 in: politica, roma
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lunedì, 25 febbraio 2008

Per S.

LAOS (UN RACCONTO)

 

Seduto sulla panchina, sfoglia le pagine di cronaca locale di un giornale. Gli piacerebbe leggere un racconto di Cortazar, dove la fine non é che l’inizio. Scende la notte, il buio, quel buio che in città quasi non esiste più, sommerso dall’infinito mare di luci e fari di auto e insegne luminose. Al suo fianco c’è lei. Sorride, forse le piace il panorama che, nonostante la foschia, si vede da quella collina dietro la tangenziale, o forse è persa nei ricordi, nelle immagini di quegli ultimi anni. Pensa a sua madre, in realtà. Si guardano per un istante. Milano. Cosa si può fare quando non si sa che piega far prendere alla propria vita? Vivere il presente, se lo sono sempre detto. Ci hanno sempre creduto. Solo che a volte il presente tira mazzate niente male. Pochi soldi sul conto in banca, sogni schiantati contro la quotidiana normalità del cappuccino al bar e il film in dvd e il lavoro sempre più alienante. Spesso ci sono due possibilità. Scappare e cercare nuovi mondi, reali o impossibili. Oppure restare, e fare i conti con quello che c’è davanti agli occhi. Lui continua a pensare a quella bandiera che aveva visto disegnata su una rivista, qualche settimana prima. Era la bandiera di un paese asiatico, rossa e blu, con una luna piena stilizzata nel mezzo. Lei pensa a una spiaggia deserta e con un albero al centro, a pochi chilometri dal paese in cui andava in vacanza da bambina. È strano come nei momenti decisivi si pensi sempre a fatti piccoli, insignificanti. Le questioni fondamentali vanno bene quando se ne parla davanti a una birra con gli amici. Quando poi la vita sfiora la pelle, ciò che resta sono le cose piccole, vere, che si possono toccare, annusare, spostare. Si alzano dalla panchina, e si sentono vicini, soli, felici in mezzo a quel fiume in piena che è stato l’ultimo inverno. Lei si è licenziata due giorni di prima dall’agenzia di viaggi in cui lavorava da quattro anni. Lui ha firmato quella mattina stessa la lettera di dimissioni dall’azienda in cui lavorava da quando si era laureato. L’autobus si avvicina e si ferma. Salgono su, l’aeroporto è a mezzora di strada. Il volo è a mezzanotte in punto. Se ne vanno in Asia insieme. Senza un motivo, senza una spiegazione plausibile. Forse, soltanto perché è giusto così. Con un bel carico di paure e cose non risolte. Ma hanno 29 anni. Quella è la loro vita. Un autobus che corre nella nebbia, con la radio che passa la colonna sonora di “C’era una volta il west”. L’autista alza il volume. Si siedono nell’ultima fila. Si guardano per un decimo di secondo. E c’è tutto in quello sguardo. Paura dell’ignoto. Curiosità. Amore. Si, soprattutto amore, senz’altro.