*loading* visite
| Vedi altri media |
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
andreasalonicco in agosto
occhichiusi in agosto
occhichiusi in 9 maggio 1978
andreasalonicco in agosto
utente anonimo in agosto
utente anonimo in 9 maggio 1978
andreasalonicco in 9 maggio 1978
utente anonimo in 9 maggio 1978
Matrilineare in 9 maggio 1978
alice
aphsara
bareddu
benty
beppe grillo
carotenuto
chinaski
comablog
controkarma
corsera
daniele luttazzi
desdina
erotte
fontagnoni
gaetano
gallivant
greenwich
jacopo fo
johnnydurelli
jun
kabawil
luca sofri
macchianera
madres
manifesto
mestierediscrivere
miles
nedda
pagly
peacereporter
rafaeli
repubblica
rotten apple
ruben
senzaidee
settimanasportiva
spad
stampa
trentamarlboro
tuttofamedia
vauro
vertigoz
vipensiero
wikiquote
yellowfog
zakamoto
Template by Scissor.
Header image © Zakamoto.
Distributed by Zakamoto | Zakamoto.
Da Zakamoto.com: "Questa è un icona per il futuro. Una bandiera, dipinta ad olio, per il cambiamento. Come tale non voglio che sia di qualcuno, ma di tutti. Sventola sul balcone della Bottega Indaco da qualche tempo, in molti mi chiedono da dove venga. Voglio che inizi a viaggiare e porti con se il suo inno al nuovo mondo. Voglio che sia come un cartellone sul fianco di un bus, come un brand su un cappellino, come una mail spam. Lasciami il tuo indirizzo, ti invierò la bandiera, sarà tua per 3 giorni, potrai farla sventolare sul tuo balcone, terrazzo, giardino, tetto. Ti chiedo solo di mandarmi una sua immagine da pubblicare su questa pagina. Quindi ti invierò l'indirizzo del proprietario successivo e a lui la invierai. Spero possa fare il giro del mondo e ritornare a casa stanca e soddisfatta" Akira Zakamoto
9 maggio 1978. Torino, quartiere Mirafiori sud. Luigi torna a casa, è quasi notte. Ha girato col suo furgoncino a fare consegne, come sempre, tutto il giorno. Accende la Tv. Il bianco e nero illumina la stanza. Il TG1 è ancora in onda. Strano, è già tardi. Luigi di politica non se ne intende più di tanto, vota comunista. Più che altro per abitudine. Ma lo sa bene quello che sta succedendo in quelle settimane. Le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro, il paese è bloccato, sotto shock, inerme. Si siede su una sedia di legno, affonda i denti nel panino salame e formaggio che è la sua cena. Ascolta la voce lontana dell’annunciatore inquadrato a mezzo busto: hanno trovato il cadavere di Moro, nel bagagliaio di una Renault, a Roma. Non si stupisce. Inizia a domandarsi quello che può succedere da quel giorno in poi. Quello che cambierà. Tutto? Niente? Prova una fitta di dispiacere per la famiglia di Moro. La moglie, i figli. Poi di colpo squilla il telefono. Non lo chiama quasi mai nessuno a quell’ora. Abbassa il volume. Si alza per rispondere. È una voce lontana. Un amico che non sentiva da tempo. “Ti ricordi di Peppino?”. “Certo, Peppino”. Peppino Impastato, certo che se lo ricordava. Passavano le estati insieme, da bambini. Forse, alla lontana, erano anche cugini. Qualcosa del genere. Quella voce debole e distante scandisce le parole. “L’hanno ammazzato. Una bomba sui binari della ferrovia. Peppino non c’è più”. “Perchè l'hanno ammazzato?”. Era un giorno particolare, quel 9 maggio 1978. Uno di quei giorni in cui i sogni bruciano, bruciano, e spariscono. Erano gli Anni Settanta.
9 maggio 1978: Le Br uccidono Moro, la Mafia uccide Impastato
È il quindici di agosto. Roma frigge sotto un cielo giallo e l'asfalto sembra più morbido del solito. Trentanove gradi, dice il cartellone luminoso davanti al supermercato. Francesca, in sella al suo motorino malandato, sta tornando a casa. Casa è un condominio sconfinato, non lontano dal carcere di Rebibbia. Il suo appartamento è al nono piano: ci vive da due anni. Sono le tre di pomeriggio, ha davanti a sé un intero pomeriggio di relax; il giorno dopo, con due amiche, ha in programma di andare in campeggio per una settimana. Le meritate vacanze dopo un anno di merda, passato a servire ai tavoli di Pastarito Pizzarito cinque sere su sette. C’è un bel silenzio tutt’attorno, sono tutti via. D’altronde è domenica, ed è anche ferragosto. “Solo i più coglioni sono ancora in città” dice Francesca tra sé e sé. Le scappa un sorriso. Apre il portone di metallo, chiama l’ascensore. Schiaccia il pulsante numero 9, e inizia a salire. È sovrappensiero. Negli occhi immagini di onde e treni e acqua fresca. Di colpo, uno strattone. Tutto immobile. Schiaccia a casaccio tutti i tasti, anche quello giallo dell’allarme. Non succede nulla. È bloccata. Non ha nemmeno il cellulare, lo dimentica spesso a casa. Inizia a respirare più veloce, il cuore se ne va un po’ per conto suo. Il silenzio persiste, l’aria diminuisce. Dieci. Venti. Trenta. Quaranta minuti. Ha già urlato, ma non c’è stata nessuna reazione. Però Francesca è convinta che la signora Marini, quella del quinto piano, sia a casa. L’ha intravista stendere i panni sul balcone mentre parcheggiava il motorino. Cavolo, qualcuno c’è, qualcuno ci deve essere. Urla ancora. Solo silenzio. Roma d’estate. Milioni di turisti tra i Fori e il Colosseo. E pochi chilometri più in là, il silenzio. Alle sette di sera le pareti rosse dell’ascensore le appaiono sempre più scure. Sta piangendo, Francesca. Ha fame, ma soprattutto sete. Soprattutto paura. Non crede che ci sia il rischio concreto di restare chiusa lì dentro per sempre. Ma il silenzio, quel silenzio, è una spina sotto pelle. Poi una voce, parole che non comprende. Ricomincia a urlare. Sono due le voci, una maschile e una femminile. La raggiungono, le parlano attraverso il vano ascensore, la rincuorano. Sono Ian e Micaela, i rumeni del terzo piano. Dopo un’ora abbondante arrivano i tecnici. Hanno un’aria stanca e annoiata. La tirano fuori. Quella sera, bevendo birra ghiacciata sul balcone di casa, Francesca pensa a una frase di Italo Calvino: “Il rischio che abbiamo corso è stato vivere: vivere sempre”.
Sono in viaggio. Sospeso. Da mesi. Sono vivo.
Barcellona è un grosso stagno, ma l‘acqua è trasparente. In questa città si è di passaggio. La sosta può durare un mese, un anno, una vita. Difficile non innamorarsi della leggerezza di Barceloneta, la vita che scorre senza fretta, le ragazze che prendono il sole sulla spiaggia anche se è solo febbraio. Le notti non finiscono, l’alba è un’altra possibilità.
Stoccolma è camminare per strade deserte alle sei di mattina. Piazze silenziose e piccole navi che scivolano tra i canali. Due occhi verdi che ti dicono di restare ancora un po’. Caffè e centri commerciali, il cuore di questa città è ricoperto da strati di asfalto e nuvole. Ma un cuore c’è. È solo ben nascosto. Gli spazi senza fine del grande nord sono a un passo.
Buenos Aires è amore. È tavolini all’aperto e giorni che non vorresti mai veder finire. È tramonti rossi e cieli blu. Buenos Aires è sudore e traffico impazzito. Buenos Aires è la tenerezza più dura di questa terra. A Buenos Aires è difficile tornare, se le lacrime le hai già finite.
Perth è l’oceano, onde che si abbattono sulle spiagge senza fare male. Chilometri e chilometri di quartieri ordinati, ristoranti greci e pizzerie italiane. Dall’altra parte del mondo, vicinissimo a casa.
Shangai è la puttana d’oriente. Trenta milioni di cuori, periferie che si estendono ogni settimana, contadini che la raggiungono cercando di trovare un po’ di dignità. Grattacieli di ottanta piani, miliardi di luci. La sensazione che il passato non esista, non sia mai esistito.
Port-au-Prince è strade di fango e insegne di legno colorate. Case di pochi piani che diradano verso il mare. Radio Haiti trasmette musica creola. Il palazzo presidenziale è bianco come il latte.
Torino è casa. Qui ed ora. Seduto a una scrivania. Chiudo gli occhi.

Sarajevo. Due anni fa. Dopo una notte in autobus da Belgrado. Pioggia, neve, periferie di palazzi senza colori. I fori dei proiettili sui muri. Migliaia di lapidi bianche nei prati della città. La sirena che segnalava gli attacchi serbi lascita incustodita, su una collina (foto). Credo fosse una sirena, non ne sono nemmeno sicuro. Ce l'aveva spiegato un'anziana signora che tornava da far la spesa, parlando in bosniaco. Ma la gestualità non lasciava nessun dubbio. Guerra. Una guerra lontana e allo stesso tempo ancora presente. Moschee, chiese ortodosse, chiese cattoliche, sinagoghe, tutto in poche centinaia di metri. Le montagne tutt'intorno, inestricabili. I nuovi centri commerciali, i nuovi condomini di venti piani, una città irrimediabilmente bianca e nera. La maglietta-ricordo delle Olimpiadi invernali del 1984 comprata su una bancarella. Sarajevo, una città vista di sfuggita. Nella mente rimane un'istantanea: atrio della stazione degli autobus, una di notte, nessun rumore, motori spenti, un signore col cappellino di lana che spegne una sigaretta per terra, parlando da solo. Sarajevo racconta la sua storia a chiunque abbia voglia di ascoltarla.
.. di andare (clicca qui).
Aspetto fiducioso che succeda qualcosa. Non ho nulla da fare. Fuori diluvia. Lo intuisco soltanto, perchè dalla mia scrivania nemmeno la vedo, la finestra. Si chiama stage.
a trenitalia, impari presto a volerci un po' di bene, anche perchè scelta non ce n'è. soprattutto prendi familiarità con quei treni espressi che, la notte, tagliano l'italia da nord a sud e da sud a nord. finestrini sporchi, sedili blu un po' sfondati, bagni con il buco che da direttamente sui binari, corridoi illuminati da una luce gialla e bassa. su un treno è impossibile non mettersi a pensare, progettare, immaginare. i treni racchiudono storie. storie che è possibile raccontare solo con lentezza, con la calma di chi si avvicina tranquillo a ciò che cerca. c'è in giro un documentario, "il passaggio della linea", che pare essere molto bello. io lo devo ancora vedere. ho sempre associato il viaggio in treno a una canzone di de andrè, le nuvole. ci sarà sempre una stazione, all'alba, da cui ricominciare tutto.
si ringrazia zakamoto per la nuova grafica del blog.

Carla Jean: Llewelyn!
Llewelyn: Sì.
Carla Jean: Che cosa stai facendo, amore?
Llewelyn: Sto uscendo.
Carla Jean: Dove vai?
Llewelyn: Mi sono dimenticato di fare una cosa, ma torno presto.
Carla Jean: Che cosa devi fare?
Llewelyn: Sto per fare una cazzata, ma lo farò lo stesso. Se non torno dì a mia madre che le voglio bene.
Carla Jean: Tua madre è morta, Llewelyn.
Llewelyn: Allora glielo dirò io.
cercando lavoro, si scoprono cose interessanti. un'agenzia interinale, che mi manda ogni cazzo di giorno la sua inutile e sgrammaticata mailing list, sottolinea che per fare richiesta per diventare assistente di volo (non che m'interessi, che io di volare ho pure un po' paura, ma ormai leggo ogni cosa, tanto per farmi un'idea), ecco, comunque, per lavorare su un aereo, sono richieste "ottime capacità natatorie". viva l'ottimismo.
Per S.
LAOS (UN RACCONTO)
Seduto sulla panchina, sfoglia le pagine di cronaca locale di un giornale. Gli piacerebbe leggere un racconto di Cortazar, dove la fine non é che l’inizio. Scende la notte, il buio, quel buio che in città quasi non esiste più, sommerso dall’infinito mare di luci e fari di auto e insegne luminose. Al suo fianco c’è lei. Sorride, forse le piace il panorama che, nonostante la foschia, si vede da quella collina dietro la tangenziale, o forse è persa nei ricordi, nelle immagini di quegli ultimi anni. Pensa a sua madre, in realtà. Si guardano per un istante. Milano. Cosa si può fare quando non si sa che piega far prendere alla propria vita? Vivere il presente, se lo sono sempre detto. Ci hanno sempre creduto. Solo che a volte il presente tira mazzate niente male. Pochi soldi sul conto in banca, sogni schiantati contro la quotidiana normalità del cappuccino al bar e il film in dvd e il lavoro sempre più alienante. Spesso ci sono due possibilità. Scappare e cercare nuovi mondi, reali o impossibili. Oppure restare, e fare i conti con quello che c’è davanti agli occhi. Lui continua a pensare a quella bandiera che aveva visto disegnata su una rivista, qualche settimana prima. Era la bandiera di un paese asiatico, rossa e blu, con una luna piena stilizzata nel mezzo. Lei pensa a una spiaggia deserta e con un albero al centro, a pochi chilometri dal paese in cui andava in vacanza da bambina. È strano come nei momenti decisivi si pensi sempre a fatti piccoli, insignificanti. Le questioni fondamentali vanno bene quando se ne parla davanti a una birra con gli amici. Quando poi la vita sfiora la pelle, ciò che resta sono le cose piccole, vere, che si possono toccare, annusare, spostare. Si alzano dalla panchina, e si sentono vicini, soli, felici in mezzo a quel fiume in piena che è stato l’ultimo inverno. Lei si è licenziata due giorni di prima dall’agenzia di viaggi in cui lavorava da quattro anni. Lui ha firmato quella mattina stessa la lettera di dimissioni dall’azienda in cui lavorava da quando si era laureato. L’autobus si avvicina e si ferma. Salgono su, l’aeroporto è a mezzora di strada. Il volo è a mezzanotte in punto. Se ne vanno in Asia insieme. Senza un motivo, senza una spiegazione plausibile. Forse, soltanto perché è giusto così. Con un bel carico di paure e cose non risolte. Ma hanno 29 anni. Quella è la loro vita. Un autobus che corre nella nebbia, con la radio che passa la colonna sonora di “C’era una volta il west”. L’autista alza il volume. Si siedono nell’ultima fila. Si guardano per un decimo di secondo. E c’è tutto in quello sguardo. Paura dell’ignoto. Curiosità. Amore. Si, soprattutto amore, senz’altro.

















